Li abbiamo già recensiti, vissuti, osannati. Brandt Brauer Fricksi sono fatti ampiamente conoscere per essere quelli che la techno la fanno sul serio, quelli che la techno la fanno con uno schieramento ad hoc di strumenti classici "veri", senza uso di computer o altre tecnologie.
Per questo terzo album il trio delle meraviglie rimette in discussione il proprio operato e lo stravolge di irregolarità, formattandolo con un ritorno alla spontaneità: l'intento pare quello di voler creare qualcosa di molto diverso, più scuro e più ruvido.
Inaspettata novità è la comparsa di una serie di cantanti ospiti che hanno avuto una grande influenza nello sviluppo del progetto "Miami": troviamo Jamie Lidell, Kanye West e Jay Z, Gudrun Gut e Nina Kraviz. Wow.
Il "Miami Tour" sarà presentato dal vivo in formato ridotto, quindi per capirci senza l'ensamble di una decina di musicisti (e questo un po' dispiace). Solo i tre protagonisti saliranno sul palco con l'ausilio di una scenografia appositamente costruita da loro stessi e con la partecipazione consociata della Park Bennet Production, in quello che è pensato come un viaggio visivo complessivo ispirato al movimento Fluxusdegli anni '60 (di cui facevano parte Yoko Ono, Joseph Beuys e Nam June Paik). Curiosi, eh?
Brandt Brauer Frick - Miami - !K7 Release Date: March 2013 Tracklist:
01. Miami Theme ft. Erika Janunger
02. Ocean Drive (Schamane)
03. Plastic Like Your Mother ft. Om'mas Keith
04. Skiffle It Up
05. Broken Pieces ft. Jamie Lidell
06. Miami Drift
07. Verwahrlosung ft. Nina Kraviz
08. Empty Words ft. Jamie Lidell
09. Fantasie Mädchen ft. Gudrun Gut
10. Miami Titles
Qualcuno ha esordito scrivendo che forse è più difficile di quel che realmente serva suonare ogni singola nota, melodia e linea di basso con degli strumenti veri.
Sicuramente sono opinioni, come è un’opinione scrivere che aver assistito, vissuto ed ascoltato dal vivo i tre geni (forse incompresi) della scena techno tedesca sia stata l'esperienza più eccitante di qualsiasi altra performance live mai vista prima.
Sì perché al Sonar 2011 finalmente c’è stato lo spazio e il giusto pubblico per far esibire l’orchestra made in Germany capeggiata da Daniel Brandt, Jan Brauer e Paul Frick - in arte Brandt Brauer Frick e, in questo preciso contesto, The Brand Brauer Frick Ensemble.
Un Ensemble, un complesso ma coordinato insieme di effetti, suoni, note e melodie che dieci musicisti strabilianti hanno cucito ad hoc per uno show da pelle d’oca.
Stare fermi è impossibile perché se è vero che il colpo d’occhio inganna ed il palco è invaso da strumenti che potrebbero esser appena usciti dalla Scala di Milano, quello che l’ensemble fa uscire dalle colonne di Nexo presenti ai lati dello stage è un tuono techno a ciel sereno che muoverebbe anche le gambe ormai fragili di nonna Jole.
E per tutti quelli che pensano che certe cose sia meglio farle con un laptop, questa è la dimostrazione di come passione, talento e capacità possano realizzare delle vere poesie, adatte sì ai teatri, ma in grado di coinvolgere anche i clubbers più scatenati ed esigenti, senza prendere in considerazione facili scappatoie.
Avevamo già parlato di Brandt Brauer Frick Ensemble lo scorso Dicembre, in occasione dell' uscita del loro album "You Make Me Real". Potete leggere l'articolo e ascoltare tutte le tracce QUI.
Se poi ci perdonate la mano mossa, ma volete gustarvi un assaggio di com'è andata al Sonar, eccovi il video.
Questa potrebbe essere la settimana più bella dell’anno: perché la democrazia Italiana era sul punto di dare la picconata finale per abbattere quel muro grigio che la separa dall’Europa; perché il Plastic fa trent’anni e perché sempre sabato potresti vedere l’Inter diventare finalmente campione del mondo. Oppure perché prendendo sul serio queste parole capiresti il perché regalarti questo long play per la vita.
Perché se di solito scrivo vaghe recensioni, voglio mettere in chiaro che mentre “Bop” gira sul mio Technics ho la netta percezione che codeste parole diveranno un 'ode alla musica in primis e ai tempi che stanno per cambiare.
Perché come in “the Dreamers” di Bernardo Bertolucci, chiunque può notare che fuori dai nostri account digitali, il mondo si sta scrollando dalle spalle le sue incertezze. Gli scontri degli studenti a Londra, la rivolta in Francia per le pensioni, la crisi mondiale ormai al suo picco, sono segni dell’esasperazione popolare; che siamo d’innanzi a un nuovo sessantotto, a nuovo novantuno.. non v’è dubbio. Cito l’anno di “Blue Lines” dei Massive Attack per esprimere al meglio la sensazione di stupore che ho avuto udendo queste nove tracce, che mischiamo le carte in tavola, tra musica classica, free jazz, minimal techno e dub. Nulla da spartire sia chiaro con quelle puttanate elettro sperimentali alla Moritz Von Oswald trio, che si rifanno a un suono anni novanta ma riletto in chiave più elementare, vista la totale assenza della componente adolescenziale di quei tempi.
Perché da allora sono passati più di vent’anni e in mezzo oltre allo sdoganamento di internet ci è passata pure l'era dell’home studio. Ovvero di chi, senza una cultura tecnica di base, ha potuto comunque iniziare a miscelare suoni, senza seguirne le regole classiche di armonia, di qualità della registrazione, insomma di tutto quel mondo che porta i dischi degli anni settanta ancora splendidi e sognanti sino a noi oggi.
Del resto Daniel Brandt, Jan Brauer e Paul Friedrich Frick sono Musicisti: non fanno ne i dj, nei producer, ne tanto meno i Pr. E’ gente che cura la qualità di un singolo suono emesso, lo fa suonare tanto per intenderci meravigliosamente bene. E se un paragone si può fare, quello più corretto è quello alla grande cucina: una musica di ricerca, fatta di ingredienti freschi e di stagione, amalgamati con sapienza, ma con la voglia di innovare.
A molti potrà sembrare un disco minimal modern jazz, con quei richiami vaghi alla dOP ma è molto di più: è cura maniacale, che si evidenzia sin dalla cover, con il disegn di uomini pinkfloydiani con la valigia, sostare su scale mobili. Certo ammetto che ascoltarlo dagli speaker interni del portatile non sarebbe una grande mossa (un po’ come mangiare il carpaccio di cappesante di Heinz Beck a Roma con piatto e posate di plastica) perché perdereste la potenza delle frequenze alte, nitidissime e avvolgenti, quelle delle basse, disegnate per colpire allo sterno il fruitore, ma non le medie, pensate invece per colpirlo al cuore. Chiunque ha un minimo di senso estetico non può che rimanere ammirato dal gusto e dall'eleganza di quest’opera, che tende a innovare sia il panorama della musica elettronica sia quello della musica classica, suggerendo il La alla commistione tra due generi e mondi ormai non così distanti distanti.
Perdonate tutta questa serietà. Ma la musica, questa musica, è davvero una cosa serissima.